“Scàccàmùssa”

Gioco per ragazzi “duri”, temprati, sàni e tiràdi su a làt, pàn, formàì e salame.

Di solito lo si faceva nella ricreazione, nel cortile della scuola, ma ogni posto con un po’ di spazio andava più che bene. Prima di tutto si creavano le squadre, due di rigore, di almeno 3 giocatori per gruppo, naturalmente si cercava di ponderare le forze, la statura, il peso e l’anzianità erano da suddividere per squadra.

Andiamo a cominciare, occorre il “palo” un giocatore si metteva in piedi sempre appoggiato a qualcosa di solido, ad esempio un muro o un’albero, gli altri della combriccola si dovevano sistemare piegati a cavallina l’uno dietro all’altro, tenendosi forte con le braccia attorno alla vita di quello davanti per non staccarsi facilmente quando ti arrivava un concorrente sul groppone.

Una volta sistemata la fila, di solito c’era anche un’arbitro, molto difficile trovarne uno, perché pochissime regole ma tantissimi i reclami, a volte, anzi, spesso andava sempre a finire in baruffa. Poi, il primo saltatore della squadra avversaria, naturalmente il più scaltro, prendeva la rincorsa e appoggiando le mani sulla schiena dell’ultimo della fila si dava lo slancio per arrivare più avanti possibile, lasciando così spazio a quelli che seguivano. La furbizia era quella di saltare, oltre che in lungo, anche in alto, perché cadendo poi sul groppone del malcapitato di turno, potesse arrecare danni maggiori, magari facendo crollare sotto il peso o che si staccasse dal resto della fila, facendo cadere il saltatore, e così perdendo, dando allora inizio ad un’altra partita.

Di solito si parava bene il salto e, così poi di seguito saltavano anche i restanti giocatori, una volta che tutti erano sui gropponi dei sottostanti al gioco, il giudice cominciava la conta, di solito fino a dieci, e guai toccare terra con i piedi, pena la sconfitta, e di conseguenza mettersi loro stessi al posto della mùssa. Qui se ne potevano vedere di tutti i colori, per non cadere, mani che trattenevano tutto quello che riuscivano a pigliare, scàrsèle sbregàde, colèt de càmìse stàcàdi, martingale dei grembiuli che se stàchea, bàrete de lana senza pon-pon, tiràche che se slònghèa a dismisura, botoi che sàltea da qua a làvìa, un macello.

Na ròba però me ricòrde; no hò mai vist un fàrse màl, sgrìfòi e gràtòi tanti però.

Naturalmente c’erano anche le maestre a guardarci, mentre si fumavano la cicca, dopo il caffè fatto buono fumante dalla Elide, bidella della scòla, e non ci dicevano nulla, fino a che succedeva la rissa, e allora intervenivano, e come che se le scòltea, tuti a cuccìa, bòni, bòni.

Mi avàrìa na spìza de veder come che le reagirìe le maestre e i genitori, se si presentasse una cosa del genere su nà scola al giorno d’oggi.

Me pàr de sentirli:

<< Nò, quel gioco nò e poi nò, vi fate male >>

<< Ma sono giochi da fare? >>

<<  Mi denunce tuti…>>

<< Ma sòne màtì? a fàr dùgàr me fìòl così…>>

<< Ahhh…, mi vàe dal preside cìò…>>

<< Sòne fòra ? i se scàveza la schena…>>

<< Guai se lasciano fare queste cose a mio figlio…>>

<< A ghe fàe seràr la scòla…m i>>

Per fortuna che adesso hanno tutti in tasca il telefonino, con giochi incorporati, e altre strane cose per passarsi il tempo giocando…d’altronde…non vogliamo che i nostri bambini siano tecnologici?

E allora mettiamo nel dimenticatoio questo gioco poco istruttivo, diseducativo, rude, per bambini, che non devono chiedere…MAI. Ennio Pavei.